Malatesta : Rimini

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FINE DELLA CASATA

Con Sigismondo si ebbe l'affermazione di nuovi valori umani e sociali. Nel periodo più fortunato organizzò ricevimenti; cortei si snodavano lungo le vie principali, tornei si svolgevano nell'attuale piazza Tre Martiri. Dietro a queste manifestazioni di lusso ed agiatezza, in realtà vi era un'economia cittadina depressa, dipendente in gran parte dai mercati stranieri, in particolare Venezia e Firenze. La debolezza dell' economia locale è dimostrata dalla povertà della monetazione riminese, sopraffatta da ducati e fiorini, che si sostituirono alla moneta ravennate ed a quella cittadina.

Quando le fortune politiche e militari di Sigismondo entrarono in crisi, vennero anche meno le cospicue entrate derivanti dai servizi militari. Le tasse ed i contributi, di cui i cittadini erano gravati, non potevano del resto essere ulteriormente elevati per sostenere le spese di corte e delle guerre. La città era stata trascurata per favorire la cultura di corte, e fu lasciata così come Sigismondo l' aveva trovata.

Furono soprattutto le campagne a risentire il peso delle invasioni, dei saccheggi e delle distruzioni che seguivano alle continue guerre per il dominio su questi territori. Dopo la caduta di Sigismondo, la giostra, la città e il contado apparivano prostrati. A questo vanno aggiunti gli effetti devastanti di carestie, pestilenze e calamità atmosferiche. Dai tre matrimoni e dalle numerose concubine, Sigismondo aveva avuto almeno quindici figli. I due soli figli maschi legittimi erano morti precocemente. Erede ideale sarebbe dovuto essere Roberto detto "il Magnifico", l'unico dei figli legittimati che avrebbe acquisito rilievo storico. Il governo della città fu assunto temporaneamente da Isotta e dal figlio Sallustio. Roberto, sentitosi spodestato di un proprio diritto, cercò di impadronirsi di Rimini, e successivamente venne anche accusato della morte dei fratelli Sallustio e Valerio oltre che della matrigna Isotta. Con la morte del pontefice riuscì ad ottenere il Vicariato, sia pure molto ridotto rispetto all'antico. Educato dal padre all'uso delle armi, mostrò grandi capacità di comando, e seppe tessere una rete di alleanze senza uscire dal campo pontificio. Morì dopo la vittoria nella battaglia di Campo Morto nelle Paludi Pontine per malaria o veleno. La storia del principato stava per concludersi. Assai travagliati furono gli anni della signoria di Pandolfo IV. A causa dell' ostilità della nobiltà riminese, che egli combattè e perseguitò appoggiandosi ai contadini e ai popolani, si guadagnò una pessima fama e il nome di Pandolfaccio.

Ormai la situazione politica in Italia era mutata: i piccoli principati satelliti di fronte alle forze dello stato centralizzato ed unitario europeo entrarono in crisi. Per oltre mezzo secolo, dal 1494 al 1559, le guerre per la conquista dell'Italia divennero al centro delle relazioni internazionali. Il nuovo papa Alessandro VI, ottenuto il riconoscimento francese alla conquista della Romagna, appoggiò le mire espansionistiche del figlio Cesare Borgia, detto il Valentino, che dal 1499 al 1503 conquistò vasti territori (Romagna, Umbria, Marche), con metodi violenti e spregiudicati.

Nell'ottobre 1500 la città si diede al Valentino, che aveva già occupato Imola, Forlì, Pesaro e Gradara. Il governo di Borgia durò solo tre anni. Dopo la morte del padre, papa Giulio II costrinse il duca Valentino ad abbandonare i suoi domini di Romagna. Si concludeva così senza lasciar traccia l'opera che aveva suscitato l'ammirazione di Machiavelli per la spregiudicatezza e l'energia con cui era stata condotta. Seguirono per Rimini anni di grande instabilità. Nel 1503 Pandolfo riuscì a raccogliere aderenti nel contado e a sollevare parte della popolazione cittadina, ma venne costretto dalla fazione ghibellina a cedere la città a Venezia, che la tenne fino al 1509, quando Rimini fu restituita alla Chiesa. Ad ogni mutamento politico, Pandolfo ed il figlio Sigismondo II, già banditi per la prima volta nel 1500, tentarono di riprendere il possesso della città, e per altrettante volte vennero cacciati, fino alla riconquista effimera del 1527. Instaurarono un clima di terrore antipatrizio, che si concluse con la loro cacciata definitiva nel giugno del 1528 da parte delle truppe di Clemente VII.
La signoria dei Malatesti tramontava definitivamente.